SFIDARE LA MORTE. I giovani e l'apoteosi dell'incoscienza da social challenge
- Andrea Pellegrino

- 14 lug 2023
- Tempo di lettura: 6 min
Recenti casi di cronaca come la morte del bambino di cinque anni investito dalla Lamborghini a Roma e del diciottenne annegato in un fiume nel modenese aprono, purtroppo ancora una volta, una importante riflessione sulla pericolosità che l’utilizzo dei social ha per alcuni giovani.
I social network rappresentano una grande risorsa per la comunicazione, demonizzarne l’utilizzo sarebbe riduttivo e superficiale. Tuttavia, non si può non prendere in considerazione il loro “lato oscuro” e, specialmente, le motivazioni che si celano dietro ad atteggiamenti che mettono a repentaglio la vita stessa di chi accetta le “sfide” proposte e, spesso, anche di persone estranee.
Per “social Challenge” si intende una sfida, un invito che parte da alcune piattaforme (solitamente TikTok) a eseguire atti altamente pericolosi per filmarli e postare il video sul proprio profilo. Ciò che colpisce in questi casi è l’elevato numero di like e apprezzamenti che questi video suscitano, una apoteosi del rischio e dell’incoscienza.
Il fenomeno è diffuso da ormai diversi anni e, periodicamente, ragazzi giovanissimi perdono la vita a causa di una ricerca, tanto spasmodica quanto inquietante, di like e approvazione.
ALCUNE VITTIME
A Tivoli, nel febbraio 2018, un quattordicenne fu trovato impiccato con i fili della sua playstation dal padre che denunciò il possibile coinvolgimento del figlio nella “Blackout challenge”, un gioco (se così si può definire) insano che aveva l’obiettivo di dimostrare la resistenza e il coraggio stringendosi al collo una corda, una sciarpa o una cintura da soli o con l’aiuto di qualcuno.

Frames di video di giovani che si sono filmati partecipando alla “Blackout challenge”. Fonte: Corriere della Sera
All’inizio del 2019 la piccola Antonella Sicomero di 10 anni, originaria di Palermo, è morta dopo essere stata trovata dai genitori con una cintura legata al collo. Secondo quanto scoperto dagli inquirenti, la piccola – ritrovata nella sua stanza esamine – aveva deciso di aderire alla challenge. La minore, nonostante la tenera età, avrebbe avuto più di un profilo facebook. Anche in Lombardia un quattordicenne è morto, trovato legato ad una delle corde che usava per l’arrampicata. Questa, purtroppo, è solo una delle numerose sfide lanciate sui social.
Nel 2020 è diventata virale la Skullbreaker Challenge in cui il partecipante è invitato a saltare in mezzo ad altri due mentre un terzo riprende con il telefonino. Al momento del salto viene fatto lo sgambetto per farlo cadere. A causa di questo in provincia di Bergamo un ragazzo di 14 anni è stato ricoverato in ospedale riportando una lesione alla cervicale con 20 giorni di prognosi. Nel 2021 è stata la volta della Benadryl Challenge, sfida ad assumere grande quantità di antistaminici con l’obiettivo di avere allucinazioni come effetto collaterale. Così è morta la quindicenne Chloe Phillips di Oklahoma City (Usa).

Frames di video di giovani che si sono filmati partecipando alla “Skullbreaker Challenge”. Fonte: NBC
È solo di pochi giorni fa la notizia della morte di quattro ragazzi in Alabama. Avrebbero accettato la nuova Boat Jumping, la sfida dell’estate che consiste in un salto nel vuoto da una barca in corsa, il cui impatto con l'acqua potrebbe portate alla rottura immediata dell'osso del collo e, quindi, all'annegamento.
LE RISPOSTE DI TIKTOK
Una delle criticità più rimproverate a piattaforme come TikTok sono gli scarsi strumenti messi a disposizione ai fini dell’accertamento della reale età degli iscritti. Il 13 aprile 2023 i rappresentanti di TikTok sono stati ascoltati in audizione informale all’Autorità garante della concorrenza e del mercato (AGCM) insieme ad alcuni docenti ed esperti del settore. Anche Pasquale Stanzione, Presidente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali è stato chiamato in causa sulla questione.
I rappresentanti di TikTok affermano che negli ultimi anni il social ha implementato di parecchio la vigilanza su questi fenomeni. Una serie di algoritmi evita infatti di avere accesso a contenuti pericolosi. Ad esempio, cercando “benadryl challenge” non esce nessun video ma un avviso che riporta “La tua sicurezza è importante. Alcune sfide online possono essere pericolose”.
C’è da chiedersi quanto effetto un avviso come questo possa sortire in un adolescente che vuole sfidare il mondo e se stesso. E’ però doveroso segnalare che, oltre agli algoritmi, TikTok possiede uno staff di 40 mila professionisti della sicurezza che lavorano incessantemente per bloccare violazioni e contenuti nocivi.
Eppure, il social cerca di ridimensionare l’emergenza. Nel documento depositato in commissione Cultura intitolato “Analisi di efficaci risposte educative per la prevenzione di sfide online pericolose” si legge:
«La maggior parte dei bambini non partecipa personalmente alle sfide, solo il 21% degli adolescenti partecipa attivamente a sfide (di qualsiasi tipo), a prescindere dal fatto che scelgano di pubblicarle o meno. (…) I tassi di partecipazione effettivi alle sfide pericolose sono molto più bassi e suggeriscono che mentre il 21% dei ragazzi partecipa a sfide, solo il 2% degli adolescenti ha preso parte a una sfida che considera rischiosa e pericolosa e solo lo 0,3% ha partecipato a una sfida che ha classificato come molto pericolosa»
Tuttavia le statistiche riportano altri dati, molto più inquietanti.
Secondo i dati del Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell'Istituto Superiore di Sanità tra gli studenti italiani tra gli 11 e i 17 anni il 6,1%, in tutto, circa 243mila, ha partecipato almeno una volta nella vita a una di queste sfide social pericolose. Per lo studio dell'Iss sono stati intervistati nell'autunno del 2022 più di 8.700 studenti tra gli 11 e i 17 anni, 3.600 circa delle scuole secondarie di primo grado e 5.100 circa delle secondarie di secondo grado, su tutto il territorio nazionale, selezionati in modo da avere un campione rappresentativo della popolazione. Nel questionario sono state specificate a titolo di esempio alcune sfide social pericolose quali la "Skullbreaker challenge", la "Knock out challenge", la "Balconing challenge".
Ancora più preoccupante è il dato che emerge sull’età
Andando a focalizzare l'attenzione sulla fascia di età 11-13 e 14-17 anni si osserva, infatti, che è un fenomeno più diffuso tra i più piccoli: tra gli studenti 11-13 anni la prevalenza è 7,6% (129.310 giovanissimi) e tra gli studenti 14-17 anni è 5% (pari a 113.849).
LE RISPOSTE DELLA PSICOLOGIA
Ma come si possono riassumere le cause psicologiche di questa insensata attrazione verso il rischio, il pericolo e la morte? Cosa spinge un giovane tredicenne a buttarsi da un motoscafo in movimento, ingerire veleno o stringersi una corda al collo riprendendo tutto con il telefono e sfidare così la società?
Ecco come la dr.ssa Silvia Bassi, psicologa clinica, interpreta il fenomeno:
Quali sono le caratteristiche dei giovani su quali le sfide social fanno leva?
Le social challenge possono far leva su giovani preadolescenti e adolescenti che in questa fase di vita si confrontano molto spesso con fragilità e scarsa autostima, con insicurezza e vulnerabilità. Questi fattori possono diventare terreno fertile per far sì che i giovani vengano introdotti nel mondo delle sfide pericolose. Le social challenge potrebbero compensare un senso di vuoto e soddisfare, in modo disfunzionale, il senso di appartenenza ad un gruppo, creando un’alternativa al loro mondo emotivo che possono percepire come vuoto e sofferente, oltre a portare preadolescenti e adolescenti a misurarsi con i propri limiti e dimostrare di essere forti tanto da risultare temerari. Il mondo social e la sua diffusione può amplificare i vissuti di insicurezza e malessere attraverso la competizione e la ricerca di approvazione.
Per quale motivo spesso i giovani preferiscono i social al rapportarsi agli altri nella vita reale?
I fattori che possono incidere sul fenomeno sono la difficoltà a controllare una rete così vasta e sullo stesso piano la difficoltà di comunicazione tra adolescenti e genitori, amici e altre figure di riferimento. In questo contesto la rete diventerebbe il canale più facilmente utilizzabile per esternare il proprio malessere e ricercare approvazione dell'altro, anche attraverso l'emulazione.
Nei casi di cronaca che abbiamo analizzato colpisce la completa incoscienza del mettere in atto gesti che possono portare a conseguenze molto gravi, persino la morte. Spesso chi partecipa ne è consapevole, quindi com'è possibile che in questi giovani non vengano frenati da una sana paura?
Gli adolescenti e preadolescenti, aderendo a queste sfide, alcune delle quali sono appunto pericolose e possono portare ad esiti anche funesti, potrebbero trovare nell’autolesionismo, nei casi più gravi anche nel suicidio, una forma di espressione del proprio esserci nel mondo, di provare emozioni ormai sopraffatte dal senso di vuoto della loro esistenza, oltre a sentirsi compresi da chi, come loro, partecipa a tali sfide. Vi possono essere delle caratteristiche che accomunano i giovani che partecipano alle social challenge, quali una difficoltà a conoscere ed esprimere le proprie emozioni, il loro mondo interiore, la difficoltà a sentirsi parte di un gruppo, un senso di vuoto, insicurezza, fragilità e difficoltà nel comunicare tale stato emotivo. Tutte queste emozioni sono per loro di gran lunga più impattanti rispetto alla paura.
Come si può fare prevenzione?
Per prevenire e fermare il divulgarsi di queste pratiche è funzionale prima di tutto la loro conoscenza, la comunicazione efficace con i giovani, un ascolto attivo in merito ai propri bisogni ed essere emotivamente presenti. Dimostrare interesse rispetto alla loro quotidianità e cercare di stabilire delle regole nell'uso del mondo digitale.











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